Era il tempo del ballo e si applaudiva con frenesia la prima ballerina. Il conte San Luca batteva ancor esso le mani con entusiasmo cui non frenava neppure la presenza della contessa.
— Cara, carina, charmante! Esclamava egli colla sua voce mezzo blesa, biascicando gli erre. Ma guardi, contessa, quanta grazia, che precisione, che aplomb! E come va a tempo! Le dico che è una tempista di prim'ordine.
E per mostrare che la ballerina andava a tempo di musica, egli colla mano segnava fuor di misura la battuta sul velluto del parapetto.
— Già non ci sono che le francesi per ballare così bene. Si vede subito a primo colpo d'occhio che quella silfide lì è francese.
Gian-Luigi si sporse per far arrivare la sua voce sino al contino San Luca.
— Scusi, conte, gli disse, ma il suo colpo d'occhio ha torto. Quella furba d'una ballerina, sapendo come la scuola francese possa pretendere maggior valore nella nostra smania di non istimare che le cose forestiere, ha preso nome e linguaggio francese, ma è nata bravamente in un villaggio di Lombardia, allieva della scuola di Milano e recatasi poi a perfezionarsi nell'arte e nei costumi fra le corifee della Senna.
San Luca si volse in fretta a vedere chi fosse a contraddirlo, ma trattandosi del dottore pensò superfluo e non conveniente il pur rispondergli. Tornò a dirizzare la parola alla contessa.
— È una ragazza piena di spirito, sa contessa... Di quello spirito eziandio che si trova solamente nelle donne parigine...
— Ah davvero? Esclamò con ironia la contessa.
— Pardon! Voglio dire nelle donne di quel genere lì... Quello spirito leggiero e mousseux come il loro vino di Sciampagna.