Due anni dopo Zoe, battezzata col nomignolo di Leggera, faceva l'ammirazione di tutti i frequentatori di questa razza di spettacoli, e vedeva ai suoi piedi gli omaggi e le offerte più o meno spropositate d'un nugolo di libertini giovani e vecchi. Scaltrita come vi ho detto ch'ella era, la ragazza seppe scegliere assai bene i suoi adoratori. Le sue acconciature, che erano di quelle chiamate dai Francesi tapageuses, costavano un occhio della testa e abbagliavano tutte le donne oneste in tutte le città dove recavasi a dare rappresentazioni la Compagnia. Avrebbe potuto cento volte abbandonare il dorso nudo del cavallo e le sottanine di garza per darsi di proposito alla rovina di qualche Creso; ma non si affrettava nella scelta, perchè le piaceva il lusinghiero tumulto del circo plaudente, la inebbriava il grossolano incenso dei battimani e delle grida d'entusiasmo della plebaglia stivata ad ammirarla nell'ultima galleria, le mordeva per così dire con diletto l'anima la lotta incessante col pericolo sempre affrontato e vinto. Nessuno era più temerario nel suo ardimento di lei, che le chiome rossigne abbandonate al vento passava innanzi ai guardi del pubblico sbalordito, al galoppo furibondo del suo cavallo, come una meteora, sicura, sorridente, colle sue forme di corpo da statua greca e la sua faccia e il suo atteggio da cortigiana e da baccante. Essa sapeva che, se non i cuori, i desiderii di tutti quegli uomini che la saettavano cogli occhi accesi, la seguitavano in quella corsa sfrenata, e se ne compiaceva con maligno disprezzo del sesso forte in fondo alla sua indole così prematuramente corrotta. Quando aveva fatto fremere tutte quelle centinaia di spettatori pei rischi a cui si esponeva con superba indifferenza, quando chiamata nell'arena sei o sette volte alle ovazioni del pubblico in entusiasmo, ella veniva a ringraziare con un sorriso che si sarebbe potuto dire quello d'una Messalina stanca ma non sazia, ella ai suoi compagni a mezza bocca soleva dire, mostrando il pubblico con una occhiata piena di disprezzo: — Massa d'imbecilli! — Ma l'unica cosa che le facesse battere un pochino il cuore erano tuttavia gli applausi di quegl'imbecilli.
Gian-Luigi, che appariva fra i giovani più eleganti della città, andava a prendere lezioni d'equitazione dal direttore di quella compagnia, e in tal modo aveva stretto conoscenza con tutti gli artisti ed assisteva alle prove dei loro spettacoli. Colla Leggera, egli, fosse calcolo, o indifferenza, aveva tenuto quel solo contegno che poteva servirgli per farsene notare: parlatole freddamente due o tre volte, non prestava a lei un'attenzione di maggior importanza che a qualunque altra. Questo modo di trattare in un giovane che era così potentemente leggiadro, che appariva ricco, che aveva dato assai prove di non esser timido, tornò per Zoe un mistero cui ebbe curiosità di penetrare. Poi la sua vanità fu punta da questa freddezza che pareva disdegno. Cominciò a lanciare verso di lui alcuni di quegli strali che tiene la civetteria nel suo turcasso, a cui Gian-Luigi oppose una corazza adamantina di noncuranza. Il vero è che si studiavano ambedue a vicenda, e l'uno voleva coglier l'altro nella rete.
Un giorno Gian-Luigi era presente alle prove e Zoe, forse desiderosa di eccitare in lui la meraviglia, volle tentare l'addestramento d'un cavallo indomato, cui temevano di cavalcare i più forti ed audaci degli uomini della compagnia. Era una magnifica bestia piena di fuoco, colle gambe asciutte, il collo arcato, la groppa incavata. Strepitava, scalpitava, s'inalberava, tenuto a mano pel morso dal mozzo di stalla. Zoe in un salto leggiero gli fu sopra e raccolse nel suo pugno piccolo ma nervoso le briglie, e la lotta fra il quadrupede e l'amazzone cominciò di botto. Ogni fatta scambietti, e corvette, e salti, e svolti, e sparar di groppa fece l'animale imbizzarrito, fremente, bianco di spuma la bocca, rosse come di fuoco le froge; ella stette salda, tranquilla, col suo sorriso quasi disdegnoso. Sì, Gian-Luigi l'ammirava: e chi non l'avrebbe ammirata? Tanta forza unita a tanta grazia, tanto coraggio in tanta leggiadria! Ad un tratto il cavallo, stanco, indispettito di quella pugna in cui la debolezza aiutata dall'intelligenza e dall'arte prepoteva sopra la sua forza, volle finirla ad ogni modo anche con suo danno. Prese la corsa e si precipitò verso uno dei pilastri che sostenevano le gallerie dell'anfiteatro, per isbattervi contro la sua nemica e se stesso. Fu un grido solo di spavento dalla bocca di tutti gli spettatori che miravano con vivissimo interesse quella contesa e che videro impossibile all'amazzone il frenare la bestia furibonda. Gli uomini si slanciarono tutti a quella parte, ma col timore pur troppo di non raccogliere più che un corpo sfracellato. Fra tutti giunse primo Gian-Luigi che in un salto fu ad abbrancare alla vita la fanciulla, la trasse violentemente di sella e potè recarsela via fra le braccia nell'istante appunto in cui il cavallo precipitava contro il pilastro.
Zoe era diventata pallida, il suo cuore le parve cessar di battere un istante, gli occhi le si appannarono e si chiusero. Ma non fu che un fugacissimo minuto. Tosto tosto si trovò pienamente padrona di sè e provò una specie di dolcezza che le riusciva affatto nuova, nel sentirsi appoggiata e sostenuta al petto potente di quel bel giovane, la cui faccia così splendidamente bella era tanto vicina alla sua che l'alito delle loro bocche si confondeva.
— Ah! Lei mi ha salva la vita: diss'ella al medichino, a voce bassa, come se si vergognasse di confessare la sua obbligazione, quasi che una sua sconfitta.
Poscia si sciolse dalle braccia di lui; si fermò sopra i suoi piedini, si riscosse come fa chi vuol torsi dalle spalle un peso che lo infastidisca, guardò fissamente in faccia i suoi compagni che le si serravano intorno ancora spaventati, e disse loro col suo sorriso impertinente:
— Ebbene? Gli è nulla..... E quel povero cavallo, che male si è fatto?
Nemmanco il cavallo non s'era fatto gran male. Ei si levò ancora sbalordito, fremente in tutte le membra. Zoe gli passò sul collo la sua mano piccola ed asciutta.
— Che matto cattivo! Vorresti accopparmi anche a costo di rovinarti te..... E sarebbe peccato, perchè sei una troppo bella bestia..... Ma sta che fra noi la non è finita, e un altro giorno ti vorrò dir io un'ultima parola.
Stette seguendo attentamente collo sguardo l'animale che veniva ricondotto a lento passo nella scuderia, e parve che questo soltanto la occupasse. Poi ad un tratto si rivolse a Gian-Luigi e guardandolo fissamente entro gli occhi gli disse con una certa bruschezza: