Gian-Luigi incominciò senz'altro:

— Il debito che ho verso di lei, sono in obbligo di pagarglielo domattina....

Il conte fece un atto, come per dire: — Di che cosa mi venite a discorrere ora?

— E lo farò senza fallo io stesso, se il conte San-Luca me ne lascia la possibilità: ma siccome è tra le cose possibili — quantunque però io non la creda probabile — che il signor conte mi mandi all'altro mondo con due dita di lama o una pillola di piombo in corpo, perchè io non so ancora se ci batteremo alla spada o alla pistola....

— Alla pistola: disse il conte Langosco.

— Va benissimo. Siccome, dico, in tal caso non potrei adempire io stesso a quel mio dovere, non voglio per ultimo saluto lasciar lei defraudandola di ciò che le spetta.

— Eh via! Di queste cose non occorre parlare: disse superbamente il conte di Staffarda, accennando volersi partir di là per metter fine a quel colloquio.

— Signor sì, che gli occorre: soggiunse con voce ferma il medichino, senza punto muoversi.

Trasse di tasca un portafogli ed appoggiando ad una mensola carica di vasi di fiori un fogliolino di carta vi scrisse su poche parole, in cui si dichiarava debitore al conte della somma testè perduta al giuoco, quindi porgendo al marito di Candida quella carta ripiegata, riprese a dire:

— Se io soccombo, si troverà fra le mie carte un testamento. L'esecutore testamentario, che in esso ho nominato, è un buon sacerdote, un parroco di campagna: a lui abbia la compiacenza, signor conte, di recare questo foglio, ed egli, che conosce la mia scrittura, si affretterà a soddisfare per me il mio debito.