— Ve' che gli altri sono già a cena; andiamoci anche noi senza altro indugio.

Passò il suo braccio sotto quello del conte con una certa famigliarità da compagnone, che in quel punto non fu trovata sconveniente dall'orgoglioso aristocratico, non disposto a tollerarla da chicchessia, e s'avviarono di conserva verso la stanza da mangiare.

Il programma che Gian-Luigi s'era prefisso fu eseguito appuntino in ogni sua parte. Il domattina il povero San-Luca riceveva una palla nel braccio, che lo condannava a venti giorni di malattia; il medichino diventava più famigliare di prima con i due padrini del suo avversario, il conte Langosco e il marchesino di Baldissero; un mese più tardi si faceva una specie di festino di riconciliazione cui pagava il conte San-Luca, il quale così la pagò in tutte le maniere. Nessuno più dei nobili frequentatori del salotto e del palchetto della contessa, ebbe la menoma velleità di mostrar disprezzo o fare pure una sembianza d'oltraggio al dottore Luigi Quercia.

E Candida? Quella sera medesima in cui aveva luogo la contesa fra San-Luca e il suo amante, ella si struggeva dal desiderio di ritrarsi presto a casa, affine di leggere quel biglietto che Gian-Luigi le aveva detto essere nella scatola di dolci. Lo spettacolo, la compagnia e la conversazione dei visitatori, il rumore ed il caldo della sala, tutto la impazientava maledettamente. Avrebbe voluto andarsene tosto: ma non l'osava. Dopo ciò ch'era intravvenuto nel suo palchetto, che cosa avrebbe detto il mondo del suo sollecito ritirarsi? Quel complesso di persone indifferenti e maligne, all'autorità delle cui sentenze tutti vanno soggetti, agli strali delle cui ciarle tutti sono bersaglio, quel mostro indefinibile di mille lingue che chiamasi il mondo, che tutto vuol sapere, che tutto vuole indovinare, che si piace sciorinare ad oggetto di maldicenza i più riposti segreti; che all'uopo anche li inventa per generosamente regalare a questi ed a quelli le morali magagne ond'egli si diletta; il mondo avrebbe fatto le più maliziose induzioni; ed essa che aveva il coraggio di fronteggiare i giusti richiami e i legittimi rimproveri che potrebbe farle il marito, come ne avrebbe affrontata anche la collera, se il conte fosse stato uomo da dare in escandescenze, ella si arrestava intimorita ed esitava innanzi al susurrio delle ciarle mondane.

Finalmente, come a Dio piacque, giunse l'ora in cui ella poteva levarsi dal suo palchetto senza fare stupire i cannocchiali degli abbuonati e destare le non caritatevoli induzioni delle signore. Rispose con nervosa rapidità alle strette di mano, ai saluti, ai sorrisi dei suoi corteggiatori; avvolta nel suo mantelletto impellicciato, fece di volo quel po' di scale, si precipitò nella carrozza di cui un lacchè le teneva aperto lo sportello sotto l'atrio, e rincantucciatasi in un angolo, trovò che i cavalli camminavano troppo lentamente, quantunque col loro trotto serrato in meno di cinque minuti la conducessero sotto l'ampio portone del palazzo di Staffarda.

Salì correndo sino al piano superiore, s'affrettò a recarsi nel suo camerino da acconciarsi. Pose sopra la sua toilette la scatola di dolci che s'era portata seco, e gettò uno sguardo nello specchio, dove le apparve la sua figura commossa colle sopracciglia corrugate. Gettò via il mantelluzzo che teneva ancora sulle spalle e si portò ambo le mani a quella bella fronte che le ardeva e doleva.

La sua cameriera le si avvicinò in quella, e Candida levando il capo ne vide l'immagine riflessa entro lo specchio. Si rivolse di scatto e disse con accento corrucciato:

— Che volete? Che fate costì?

— Sono qui per ispogliarla...

— No.... non voglio nessuno... Lasciatemi... farò da me... voglio esser sola.