La cameriera uscì di stanza, ma ch'ella si astenesse dall'ascoltare alla porta non oserei affermarlo, imperocchè la ci tenesse molto a soddisfare i desiderii manifestatile da Gian-Luigi.

Candida, quando la cameriera fu uscita, s'affrettò ad afferrare la scatola de' confetti e la rovesciò sopra il marmo della toilette, poi con mano agitata frugò fra i dolci fin che trovò ed ebbe preso il biglietto di Gian-Luigi. Lo aprì sollecita e lo lesse palpitando alla luce delle candele che la fante aveva accese innanzi allo specchio. Il primo sentimento in lei fu di sdegno.

— Gli è così che osa parlare a me? Alla contessa di Staffarda? Così potrebbe adoperare con quella sua vile creatura tolta dal trivio, ma con me? O Dio! Che ho mai fatto amando quell'uomo! Mi dice, come una minaccia da spaventarmi, che si allontanerà per sempre da me... E s'allontani!..... Sarà finita una volta! Avrò cessato di soffrire.... e di arrossire per lui.... Si allontani....

Ma questa parola — non ostante lo stato d'eccitazione in cui la si trovava — la seconda volta che essa la pronunciò le parve pungerla come una spina al cuore. Lasciò cadere sul piano della toilette la letterina che teneva ancora fra le dita e si diede a passeggiare concitatamente per lo stanzino tutto specchi e intagli di legno dorato. La sua immagine riflessa alle due pareti dagli specchi, a quella poca luce delle candele, apparivale come due spettri che l'accompagnassero nelle sue mosse agitate. Si stracciò i guanti che aveva ancora alle mani e li gettò per terra; si tolse rabbiosamente di capo i fiori che l'adornavano e li buttò via. Si sentiva addosso come un malessere materiale di cui le pareva avrebbe dovuto trovar modo a liberarsi. Andò a sedersi alla toilette, appoggiò il bel braccio denudato al freddo marmo di essa e guardò lungamente nello specchio la sua faccia pallida e conturbata, la bella forma del suo busto scollacciato, l'eleganza delle sue vesti da festa che stranamente contrastavano col rodimento che aveva entro sè, colla commozione dolorosa delle sue sembianze.

— S'egli almeno mi amasse! Esclamò ella: ma no: sento ne' suoi modi, anche ne' suoi detti più caldi che manca l'amore. Oh essere pareggiata a quelle ignobili donne!..... Ah! se m'amasse davvero, come tutto il resto gli perdonerei!...

Riprese in mano la lettera e la lesse di nuovo. Un subito rimutamento si fece in essa.

— Egli ha ragione, proruppe. Non ho io ascoltato più la mia boria che l'amore? Non ho ceduto al timore del mondo?... Egli si afferma degno di me... Oh! se potesse persuadermene....

Il domani a mattina la contessa, vestita modestamente di scuro con una fitta veletta sulla faccia, recavasi sollecita in un'umile casa posta in una viuzza remota della parte più antica della città, e per una scaletta deserta saliva ad un primo piano dove intromettevasi per un uscio socchiuso, cui serrava sollecitamente dietro di sè.

In quella camera, ove così di celato recavasi la contessa di Staffarda, stava ad attenderla Gian-Luigi, istrutto già quella stessa mattina dalla cameriera dell'agitazione e delle emozioni che, la sera innanzi, il suo biglietto aveva prodotte nella misera donna.

Il medichino era trascuratamente sdraiato sopra una poltrona presso il fuoco che ardeva nel camino. Al vedere entrare la contessa si alzò, ma non le mosse incontro, non le tese la mano, non fece atto alcuno di gioia, non le diede altrimenti la benvenuta che inchinandosi con un cerimonioso saluto, mentre il suo occhio la squadrava freddamente con una fierezza accusatrice.