— Vuole che prendiamo posto nella queue? Disse Luigi alla contessa.
Questa lo trasse bruscamente indietro e lo guidò in un'altra stanza, dov'era meno frequente la folla.
— Che, tu pensi ch'io voglia ballare? Diss'ella con accento di rampogna, in cui c'era anche dolore. Sediamoci qui in quest'angolo, dove potremo parlare più liberamente e discorriamo.
— Come la vuole: disse Gian-Luigi inchinandosi con fredda pulitezza.
In quel salotto non c'erano che pochi gruppi d'invitati. Sedute nella cantonata opposta a quella dove si recò la contessa Langosco, erano due donne, l'una attempata e l'altra giovanissima, che noi, tenendo dietro a Maurilio, abbiamo già visto uscire dal loro palazzo in carrozza e salire le scale dell'Accademia, voglio dire la marchesa di Baldissero madre del marchesino, e la nipote di lei, madamigella Virginia di Casatorsa, una delle più splendide bellezze in quei giorni della città di Torino.
Passando loro dinanzi la contessa di Staffarda aveva fatto un saluto, al quale la giovane aveva risposto con tutta grazia e gentilezza, la vecchia invece con un sussiego molto altezzoso e con un certo sguardo trascinato, per così dire, dalla contessa al compagno ch'ella aveva, nel quale sguardo eravi un complesso di cose — accusa e condanna.
Intorno alla marchesa ed alla bella nipote stavano alcuni giovinotti, fra cui il giovane che abbiamo già conosciuto sotto il nome di Francesco Benda.
Candida sedette e fe' cenno a Luigi le sedesse dappresso. Questi obbedì.
— Rispondimi: prese a dir tosto con accento concitato e volto acceso la contessa: e rispondimi il vero: tu sei stato da quella donna?
— Che donna? Domandò Quercia giocherellando sbadatamente colla catena e coi pendagli che gli luccicavano sul nero panciotto ricamato; ed intanto tenendo il suo sguardo fisso sul gruppo di persone che si trovava dall'altra parte della sala, in mezzo al qual gruppo splendeva, per così dire, la perfetta beltà della contessina Virginia.