— Fuorchè contro di Lei, che mi guadagna sempre: interruppe Gian-Luigi, guardando il conte con una cert'aria scrutativa e piena d'una finezza indescrivibile.
Il conte fece un cenno grazioso d'assentimento, e continuò:
— Vorrebbe Ella ammettermi socio nel suo giuoco, accettando come messa di fondi la mia parola? Ecco l'aiuto. Ma foi le ho detto tutto.
— Molto volentieri: rispose Luigi. Vado a far banca durante un'oretta e non più. I guadagni saranno a metà.
— Vado ad assisterla.
— No: disse vivamente il giovane. Preferisco esser solo a tagliare. Che vuole? È una superstizione da giuocatore. Se qualcheduno, anche un socio del mio giuoco, mi sta presso o tocca le carte, queste mi tolgono ogni loro favore.
— Starò colà come spettatore soltanto.
— Anzi, faccia a mio senno, punti contro di me. Se la perde ne sarà compensato nella divisione dei guadagni; se vince... tanto meglio per Lei.
Entrarono nella stanza dove si giuocava. Gian-Luigi scelse un tavolino, a cui il banchiere aveva le spalle al muro, così che nessuno poteva venirgli dietro, e recandosi colà, disse al signore il quale stava tagliando:
— Signore, avrei desiderio di succederle nella banca. Ha Ella intenzione di continuare ancora, o si acconcerebbe a rimettere il posto?