— Vuole che ne brucii?[14].

Luigi fece un cenno negativo col capo.

Il banchiere esitò un momentino, come riflettendo a ciò che più gli convenisse, poi, tenendo il mazzo colla mano sinistra, prese colla destra un'alzata di carte e la gettò sul tappeto.

Poi gli occhi suoi interrogarono quelli dell'avversario, il quale rimase impassibile. Allora il banchiere diede le due carte al puntatore e ne prese due per sè. I giuocatori presero ambidue le loro carte raccolte nel concavo della mano in guisa che nessuno le potesse vedere e recatesele all'altezza dei loro occhi guardarono la prima e poi fecero scorrere la seconda lentamente oltre la compagna, per iscoprirne a poco a poco il numero dei punti, che è quello che chiamasi filar la carta. Nè l'uno nè l'altro manifestò la menoma impressione che questo esame avesse in loro prodotto. Quercia il primo posò sul tappeto le sue carte ricoperte e si diede a guardare con quel suo occhio penetrativo la faccia del banchiere. Questo eziandio depose le carte distribuitesi e prese in mano il mazzo. Stettero così mezzo minuto ad osservarsi.

— Son disposto a passare: disse poscia il banchiere.

— Io no: rispose freddamente Gian-Luigi; e rovesciando le sue carte scoprì un otto da fiori e un asse da quadri.

Il banchiere frenò un movimento di rabbia che gli fece sgualcire il mazzo che teneva in mano; sforzò le sue labbra ad un sorriso e si alzò tosto.

— A lei dunque, signor Quercia, il campo e le spoglie.

Gian-Luigi andò ratto a sedersi su quella seggiola che lo sconfitto aveva abbandonata.

— Signori: diss'egli togliendo dal taschino l'orologio colla catenella e i pendagli d'oro, e mettendolo innanzi a sè. Premetto che sia che io perda, sia che guadagni, non terrò la banca più d'un'ora giusta da contarsi cominciata in questo momento. Non rifiuto nessuna posta, ma pregherei a non volerne fare di minori d'un napoleone d'oro; quanto più grosse sieno, tanto meglio mi converranno. Il fondo di banca è di circa venti mila lire.