Prese in mano i mazzi abbandonati dal suo precessore e ne raddrizzò le carte state alquanto sgualcite: in quest'operazione pochissime carte gli scivolarono di mano e caddero in terra. Egli si chinò in fretta a raccoglierle.

— Io preferisco di molto tagliare con mazzi di carte non adoperati affatto, e benchè questi non sieno stati battuti che una volta sola, se loro signori lo desiderano, faremo portare degli altri mazzi, chè qui di intatti non ce n'è più.

— Quei lì possono servire benissimo: disse uno che per la passione del giuoco mal tollerava ogni indugio.

— Eh! se piace loro, piacerà anche a me: disse sollecitamente Gian-Luigi; e il giuoco incominciò.

La banca ebbe una fortuna costante. Pochi vinsero fra i puntatori; fra questi pochi il conte di Staffarda.

Trascorsa l'ora assegnata Gian-Luigi depose le carte, ricordò la promessa che aveva fatto, raccolse le vistose somme che aveva dinanzi a sè e lasciò intorno al tavolino i merli che gli era riuscito di bellamente spennare.

Il conte Langosco gli tenne dietro quasi subito.

— La serata è stata buona: gli disse Gian-Luigi che lo attendeva, e lo condusse seco nel vano d'un finestrone. Ecco dodici mila lire che le spettano come sua parte.

Amedeo Filiberto si trasse in là e non porse la mano a ricevere i rotoli di monete d'oro che l'altro gli porgeva.

— Un momento: diss'egli. Abbiamo da levarne quel tanto che ho guadagnato puntando.